Un documentario sugli schiavi del fotovoltaico: “C’era una volta il tempo degli alberi”

Gabriele Pedone ha girato un documentario che si intitola “C’era una volta il tempo degli alberi”.
Il film descrive il fenomeno del caporalato che ha sfruttato (e probabilmente sfrutta ancora) i lavoratori che hanno realizzato la moltitudine di impianti fotovoltaici che deturpano le campagne del Salento. Queste aberrazioni fotovoltaiche (li chiamano eufemisticamente parchi) sono state costruite da lavoratori extracomunitari trattati come schiavi.
Aggiunge Pedone: <<Non è un problema legato soltanto all’aspetto dei diritti umani lesi e calpestati, ma anche un problema ecologico, considerando che vengono tuttora sradicati ettari di ulivi secolari per impiantare pannelli fotovoltaici, che produrranno energia destinata con molta probabilità ad ENEL e che il cittadino potrà utilizzare PAGANDOLA profumatamente. Rappresenta anche un problema di ordine politico, economico e sociale, considerando che molti di questi terreni sono stati acquisiti tramite esproprio forzato ed altri apparterrebbero a questo o a quel funzionario politico, a qualche ricco imprenditore ed in alcuni (forse troppi) casi a qualche esponente mafioso.>>

Il documentario è in fase di montaggio ed è stato finanziato fino ad ora esclusivamente dal regista e chiunque fosse interessato a partecipare al finanziamento di questo film o alla sua distribuzione può contattare Gabriele Pedone al seguente indirizzo: info@fullmoontalks.com / gabriele_pedone@hotmail.com

Pubblichiamo interamente l’Articolo di Gabriele Pedone che tratta la vicenda raccontata nel suo documentario.

C’era una volta il tempo degli alberi

 “Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo

lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.”

Vittorio Bodini raccontava così il suo sud, la sua Puglia e la sua Lecce, sono passati anni e tanti, ma le cose sembrano essere così fedelmente immobili come nelle sue righe. Già perché se perdi tempo a chiederti ”Ma perché al sud nulla cambia?” allora vuol dire che “Tu non conosci il Sud, le case di calce da cui uscivamo al sole come numeri dalla faccia d’un dado”.

Ed è esattamente così, molti di voi non conoscono il sud, per questo la storia che sto per raccontarvi potrebbe risultarvi grave e terrificante, non per chi è cresciuto nel meridione con il suo groviglio di profumi sociali, e per questo ha gli occhi ben allenati e la coscienza abbastanza preparata.

Proverò a sintetizzare la questione, cercando di lasciarmi prendere dalla storia e farmi trasportare da tutti i sentimenti che essa mi procura.

Tutto ebbe inizio con un accordo tra il Governo Ita(g)liano e il Governo cinese, in questo incontro si gettarono le basi per un massiccio investimento asiatico nel mezzogiorno d’Italia destinato alla realizzazione di campi adibiti a energia rinnovabile a mezzo pannello solare, in altre parole per essere più chiari si sono vendute le campagne e le colline del mezzogiorno per una cifra pari a 800 milioni di euro.
A gestire questo investimento è il Global Solar Fund ( http://www.gsfcapital.com/ ), fondo di investimento lussemburghese un fondo controllato per l’80% dal colosso delle rinnovabili, la Suntech, a differenza dei capitali investiti  che come detto  provengono per la precisione dalla Banca per lo Sviluppo cinese ovvero la “China Development Banks Corporation”.

Scattano le concessioni per le distese di pannelli solari nelle campagne pugliesi, e visto che una concessione per un parco solare di circa 2,5 acri, con molta probabilità, è difficile da ottenere, potrebbe essere questo il motivo per il quale s’è pensato di suddividere tutti gli acri in lotti più piccoli, questo lo dimostrano le svariate domande di concessione, richieste ed ottenute da parte di molte aziende riconducibili alla fonte.

Stiamo parlando di acri “agricoli” dove sono state abbattute distese di ulivi, e ci si chiede come la politica abbia permesso tutto questo.

A questo punto il Fondo come detto fa shopping acquistando numerose aziende del settore fotovoltaico, tra cui la pugliese ITALGEST photovoltaic, azienda nella quale figurano come soci Roberto De Santis,  braccio destro di Massimo D’Alema, ed indagato dalla procura di bari per gli iter amministrativi per l’aggiudicazione di finanziamenti pubblici; l’altra per infiltrazione mafiosa nel business delle rinnovabili, ed Enrico Intini, l’imprenditore e amministratore dell’Intini Group di Noci, tirato in ballo nelle indagini sulla sistema sanità di Giampi Tarantini (secondo quanto riportato da Barisera.it).

Il fondo lussemburghese acquistata così ITALGEST photovoltaic  cambiandole il nome in APULIA RENEWABLE ENERGY. Quest’ultima si affida ad un ATI (associazione temporanea d’impresa) denominata TECNOVA-ITALIA, la quale assume operai esclusivamente stranieri e non importa se privi di documenti.

In poco tempo si crea perfino una fitta rete di “caporalato” che in cambio di una somma variabile “andavano dai 200 fino a 600 euro“, come ricorda un ex operaio, assumevano lavoratori.

Sulla carta il contratto (nel 90% dei casi latitante) parlava di 8 ore al giorno, escluso sabato e domenica e festività, nella realtà tutto era diverso “prima di tutto ti dicevano domani ti faccio il contratto intanto lavora, poi lavoravano 12-13 ore al giorno, una pausa per un panino e poi si continuava“, a parlare è un ex operaio e continua ” se ti infortunavi venivi licenziato, io conosco amici a cui è caduto sulla schiena una trave di ferro di 2 metri e sai cosa hanno detti i capi? a lavoro a lavoro quando finisce il turno ti fai accompagnare a casa, e se no a la puta caja” scioccante, continua “un indiano ha perso la vista da un occhio e lo hanno licenziato, non potevi neanche chiedere un giorno per riposarti altrimenti venivi licenziato, abbiamo lavorato pure a natale e capodanno, ed in alcuni giorno per 24 ore di fila, questo non è da paese civile, siamo ridotti in schiavitù, perché non puoi ribellarti, perché sei nero ed in Italia un nero non ha futuro! Qui tu devi solo buttare il tuo sangue“.

Le storie che ho raccolto ed ascoltato sono innumerevoli, tanto per citarne una, pioveva a dirotto il campo era una fanghiglia, i capi portarono gambali di gomma tutti numero 42, ma gli operai portavano dal 43 in poi, quando alcuni operai fecero presente il problema ricevettero per risposta ” tagliate la punta dei piedi ai gambali ed indossateli” diceva il dirigente del cantiere in un  intercettazione fatta dalla Guardia di Finanza di Brindisi.

Un’altra simpatica avventura riguarda anche un onesto ex operaio che ribellatosi al caporalato ha deciso di denunciare il tutto, trovando supporto e collaborazione dalla Polizia della Questura di Lecce, la quale ha subito cominciato le indagini e proprio da queste salta fuori un’intercettazione telefonica, nella quale il denunciato rivolgendosi ad altri individui chiede senza mezzi termini di occuparsi del suo accusatore perché “parla troppo vai spezzagli le gambe“.  Le indagini proseguono e si arriva all’arresto del presunto caporale, al quale il giudice concede gli arresti domiciliari, direte tutto bene quel che finisce bene, già peccato però che il denunciato abiti praticamente alla finestra di fronte al suo accusatore.

In uno scenario contemporaneo in cui la relazione tra le culture dovrebbe essere una ricchezza, ascoltare storie di questo tipo è sconcertante, sapere che nel 2011 esistano in un paese che ci ostiniamo a credere civile situazioni di schiavismo è assolutamente inaccettabile.

Il problema suscitato dal caso TECNOVA-ITALIA, non è un problema legato soltanto all’aspetto dei diritti umani lesi e calpestati, ma anche un problema ecologico, considerando che vengono tuttora sradicati ettari di ulivi secolari per impiantare pannelli fotovoltaici, che produrranno energia destinata con molta probabilità ad ENEL e che il cittadino potrà utilizzare PAGANDOLA profumatamente. Rappresenta anche un problema di ordine politico, economico e sociale, considerando che molti di questi terreni sono stati acquisiti tramite esproprio forzato ed altri apparterrebbero a questo o a quel funzionario politico, a qualche ricco imprenditore ed in alcuni (forse troppi) casi a qualche esponente mafioso.

La mia inchiesta ovviamente non si fermerà certo qui, intendo risalire il fiume fino alla fonte, perché forse sarò contro-tendenza ma sono ancora convinto che il rispetto per i diritti umani e per l’ambiente siano le basi per una comunità civile.

Gabriele Pedone
http://www.gabrielepedone.idra.it

>> video del film

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2 thoughts on “Un documentario sugli schiavi del fotovoltaico: “C’era una volta il tempo degli alberi”

  1. In Molise sta succedendo la stessa cosa. Vengono disboscati migliaia di alberi di ulivo per impiantare pannelli fotovoltaici nel silenzio assordante di tutti.. specie nella zona di Rotello, Santa Croce di Magliano, oltre al fotovoltaico imperva l’eolico selvaggio. Una giungla di pali che ha pregiudicato qualsiasi prospettiva di sviluppo futuro del territorio, compromettendo in maniera rilevante le bellezze paesaggistiche di tutta l’area.

  2. Pingback: News dal mondo speculativo « Colline in fiore

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