Il “New Green Deal” di WWF e Legambiente: un buon affare solo per gli speculatori delle energie rinnovabili

Con la buona scusa della tutela dell’ambiente si vuole ancora una volta dare spazio ad una concezione predatoria delle energie rinnovabili, ponendo le basi per la definitiva distruzione del territorio italiano.

Viene fatto circolare in questi giorni tra le associazioni ambientaliste, onde ottenerne la sottoscrizione, un documento programmatico per la prossima Legislatura che si suppone, lette le tesi, prodotto dalle direzioni nazionali di WWF e Legambiente.

Il documento, a parte il capitolo introduttivo “New Green Deal la speranza per il futuro dell’Italia”, è perfettamente condivisibile. Anche troppo condivisibile, se ci possiamo permettere, perchè molto spesso unisce considerazioni ovvie e richieste utopistiche. Ma fin qui niente di male.

Questo documento è stato redatto, evidentemente, per coinvolgere TUTTE le associazioni ambientaliste italiane in uno sforzo comune nel meritorio tentativo di costituire una massa d’urto tale da condizionare i programmi delle forze politiche durante la campagna elettorale verso una maggiore attenzione per l’ambiente.

Però, appunto, c’è il paragrafo iniziale che svela la reale finalità dell’iniziativa.
hedge-fund-cartoonE questo proprio nel momento in cui è stato scongiurato il pericolo, contenuto subdolamente tra le righe della Nuova Strategia Energetica Nazionale che non è stata pubblicata per le dimissioni del Governo, di esplicitare in un documento governativo (e quindi vincolante), appunto di strategia nazionale, un obiettivo brutalmente quantitativo (130 TWh di energia elettrica obbligatoriamente prodotta dalle rinnovabili per il 2020 rispetto ai consumi elettrici nazionali di poco superiori alle 300 TWh ed in rapido calo a seguito della crisi economica), anzichè limitarsi a definire le metodologie da seguire, la qual cosa avrebbe, da sola, costituito un lavoro immane. Questo obiettivo esorbitante, che avrebbe aumentato del 50% in pochi anni l’attuale produzione elettriche da FER elettriche (compreso il geotermico ed il grande idroelettrico, che costituiscono, storicamente, la fonte principale dell’attuale produzione FER italiana) avrebbe anche rischiato di concentrarsi, essendo già esauriti i fondi previsti nella SEN per il fotovoltaico, nell’eolico industriale, ricoprendo rapidamente l’Italia con decine di migliaia di aerogeneratori giganti, con costi di incentivazione necessariamente superiori a quelli attuali.
huge wind farmE, ancora, questo documento compare negli stessi giorni in cui vengono pubblicati i risultati delle aste competitive al ribasso, secondo il nuovo meccanismo incentivante per ridurre la già insostenibile spesa ed il caos nella rete elettrica (nelle parole del documento che ne svela l’intento ultimo, cioè battere cassa: “nell’ultimo periodo si è messo mano agli incentivi in modo assolutamente sconsiderato, generando incertezza per gli investimenti e mettendo a rischio il settore.” Quale settore? quello della speculazione selvaggia?), che hanno svelato, essendo rimasta non assegnata una quota del contingente previsto, gli incredibili bluff dell’eolico industriale, con migliaia di MW di progetti già autorizzati per la costruzione ma che non si presentano alle gare per ottenere gli incentivi non avendo i proponenti una minima solidità patrimoniale, l’affidabilità per ottenere credito bancario e la capacità di operare nel lungo periodo. Il mantenimento sostanzialmente inalterato dell’entità degli incentivi fissati nella base d’asta rispetto ai certificati verdi degli anni trascorsi, ma spalmati su un periodo più lungo (circa 120 euro al MW per 20 contro circa 160 euro per 15 anni dei CV) ha inoltre implicitamente confermato il dubbio, ormai dimostrato da un recente studio dell’Università di Edimburgo sugli impianti eolici montati in Gran Bretagna e Danimarca negli ultimi quindici anni, che giudica verosimile un ciclo di vita di questi enormi aerogeneratori di 10-15 anni anzichè 20-25 come finora propagandato, con la conseguente necessità di nuovi sussidi da destinare a nuove macchine per sostituire quelle ormai usurate.

Con il primo paragrafo del nuovo, lunghissimo, documento (anche la collocazione dell’argomento è rivelatrice) le direzioni nazionali di Legambiente e WWF tornano alla carica per nuovi incentivi attraverso la fissazione di sempre maggiori obiettivi elettrici, che dovrebbero poi essere finanziati dalla comunità.

Insistiamo sulla formula “le direzioni nazionali” perchè le sezioni locali del WWF ed i circoli di Legambiente sono in prima fila nella lotta contro l’installazione di impianti eolici industriali sui crinali appenninici dove il poco (e comunque insufficiente) vento italiano si può intercettare ed in particolare nella difesa dei Siti Natura 2000 e dei SIC per i quali molti amministratori (ad esempio in Liguria ed in Toscana) vorrebbero una riduzione delle tutele onde permettere l’installazione degli aerogeneratori.

A tal fine si fa ricorso, nel documento, ad un miscuglio di arbitrarie affermazioni terroristiche (“il nostro Paese è in una delle aree maggiormente a rischio per gli effetti del cambiamento climatico e l’aumento degli eventi estremi”) e fideistiche (“la decarbonizzazione e l’uso efficiente delle risorse, dunque, non sono un’opzione possibile ma l’unica speranza di futuro per l’Italia”).

Questo proprio mentre giungono le sconfortanti conclusioni degli enormi sforzi, soprattutto europei, compiuti per adempiere agli obblighi del protocollo di Kyoto che hanno visto, dal momento della firma nel 1997 ad oggi, un aumento delle emissioni inquinanti globali del 50%, a dimostrazione che l’unico risultato concreto ottenuto da queste politiche utopistiche è stato spostare la produzione industriale dall’Europa all’Asia, dove si lavora senza il minimo rispetto per l’ambiente e per i lavoratori.

Questi enormi sforzi europei si sono concretizzati soprattutto, in Italia, con la distesa di sterminati campi di pannelli fotovoltaici su suolo agricolo e la posa di oltre 6.000 ciclopici aerogeneratori nelle aree più sensibili del Paese, per un costo complessivo, per il solo meccanismo incentivante queste inefficienti tecnologie, che nel 2012 ha abbondantemente superato i dieci miliardi di euro annui (alla faccia dei “provvedimenti spot”!), contribuendo al peggioramento della già grave crisi economica.
fotovoltaico-Casa-del-diavolo_secondo-impiantoA giustificazione di una simile spesa il documento parla (dopo avere stigmatizzato poco prima il “ricatto occupazionale”) di “oltre 241 mila nuovi addetti in un solo anno” nelle “tecnologie green”.

Una cifra del genere non solo è spudorata: è ridicola. Avrebbe fatto arrossire di imbarazzo persino un lobbysta (uno dei tanti, che non scherzano in fatto di spudoratezza) delle rinnovabili industriali oppure il politico italiano più propenso a spararle grosse in materia di promesse occupazionali. Noi, che abbiamo visitato gli immensi campi fotovoltaici e gli immani impianti eolici, non abbiamo mai visto nessuno che ci lavorava, se non gli operai impiegati inizialmente nei lavori di scavo e di impianto. Anzi, il settore ha proprio la caratteristica precipua di essere ad alta intnsità di capitale e non di lavoro, come invece si vorrebbe gabellare. In assenza di riscontri oggettivi (al contrario dell’argomento del rendimento degli impianti eolici e fotovoltaici che dimostrano gradi di inefficienza ridicoli incontrovertibili) si può sparare alto, senza vergogna. Riteniamo che i 241 mila (ma ci si rende conto di che cosa si sta parlando?) nuovi addetti in un anno non rappresentino neppure lontanamente il totale degli addetti in Cina, da cui provengono la gran parte dei pannelli, ed in Germania, da cui comperiamo a carissimo prezzo la maggior parte delle pale eoliche. L’anno scorso i flussi di capitali italiani verso l’estero (pur dimezzatisi dopo le follie dell’installazione di quasi 10 GW di pannelli fotovoltaici nel 2011), secondo la società di ricerca Bloomberg New Energy Finance, sono stati di 14,7 miliardi di dollari!
Le “pesanti azioni in senso contrario” sono sicuramente pesanti (e vanno ad aggravare il conto per la collettività nazionale) ma non sono in senso contrario: lo scandalosissimo e onerosissimo meccanismo del “capacity payment” serve a mantenere in vita gli impianti tradizionali che devono rimanere costantemente accesi, ma spesso non funzionanti, in funzione di back up per gli impianti FER intermittenti, che godono del privilegio della “priorità di dispacciamento” ma che per la loro stessa natura ed in assenza di una seria capacità di accumulo dell’energia prodotta, non rappresentano una alternativa agli impianti termoelettrici tradizionali, i quali hanno così bisogno di altri sussidi statali per poter sopravvivere e supportare il sistema parassitario alla rete costituito da eolico e FV. Quello degli incentivi smisurati alle rinnovabili elettriche (in realtà, come dimostrato, si tratta di puri e semplici sussidi di Stato), da cui discende anche il capacity payment, è perciò la causa prima  del “mantenimento dell’esistente” ed una ulteriore, assurda, ma prevedibilissima, conseguenza: dopo tante spese l’esistente rimane ancora del tutto necessario.

Stupisce in questo primo paragrafo dedicato agli incentivi, e fa pensar male, la totale mancanza di riferimenti agli incentivi non concessi con altrettanta prodigalità (quelli sarebbero davvero incentivi e davvero necessari per ridurre le emissioni inquinanti) al settore riscaldamento, ai trasporti ed al telelavoro.

Le conseguinti richieste di “road map” e “target settoriali” con l’obiettivo addirittura del 100% di rinnovabili entro il 2050 (niente meno!) vanno tutte nella stessa direzione.

Concludendo: il documento va benissimo tranne il paragrafo iniziale, che sembra emanazione della lobby dell’eolico (l’ANEV), con cui Legambiente e WWF hanno sottoscritto protocolli d’intesa per ottenere quei mostruosi risultati che vediamo girando nell’Italia meridionale, in Sicilia, in Sardegna ed ora, purtroppo, anche in Toscana.

Va anche troppo bene perchè, a parte il paragrafo iniziale che dimostra il totale asservimento alla lobby delle rinnovabili elettriche, rischia di essere, in quanto troppo generico e troppo utopistico, assolutamente inutile, se non per creare nuova pianificazione, nuovi indicatori obbligatori e nuova burocrazia. Ci si dovrebbe concentrare su pochi obiettivi e più realistici (come la tutela costituzionale e penale ed i provvedimenti contro il consumo di suolo) e ripensare un sistema veramente alternativo (che, nonostante le belle favolette che ci vengono ammannite, manca ancora, anche nella prospettiva di un futuro ragionevole) ai combustibili fossili, cominciando, per prima cosa, a spostare parte dei fondi che annualmente confluiscono nelle tasche della speculazione delle FER elettriche alla ricerca di base ed a quella applicata nel settore delle energie.

Per citare a contrario il documento: “l’Italia rischia di perdere ogni ruolo anche economico se non riuscirà a cambiare rapidamente”.

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2 thoughts on “Il “New Green Deal” di WWF e Legambiente: un buon affare solo per gli speculatori delle energie rinnovabili

  1. Pingback: Il “New Green Deal” di WWF e Legambiente: un buon affare solo per gli speculatori delle energie rinnovabili | Italia Nostra Onlus – Sezione di Firenze

  2. propongo a queste pseudo associazioni ambientaliste ,di farsi carico di non chiedere più incentivi per i grandi impianti industriali eolici e solari nei terreni agricoli,ma visto che le persone che credono davvero in un mondo sostenibile e consapevoli che questo settore della green economy non vada demonizzato,ma va ripulito da speculazione economiche ed veri abusi commessi in nome delle rinnovabili,di girare gli incentivi solo x autoconsumo alle famiglie e piccole e medie imprese,su case edifici pubblici capannoni industriali/agricoli ecc ecc x il solare e zero x impianti eolici,è un utopia?

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